La tradizione nel Vaticano II,
per confutare lo spirito del concilio
L’11 ottobre del 1962, Giovanni XXIII diede inizio ai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II pronunciando l’Allocutio “Gaudet Mater Ecclesia”, professione di un’ingenua fiducia nella disposizione del pensiero moderno a correggere gli errori del suo passato.
Paolo Pasqualucci rammenta che, in quell’occasione, papa Roncalli espose una strategia dettata da due diverse intenzioni: la prima contemplava la conferma delle indeclinabili verità di fede (“il Concilio deve condurre ad un sempre più intenso rafforzamento della fede”) la seconda ammetteva l’opportunità (desiderata da una scalpitante e rumorosa folla dei teologi aggiornati) di evitare la condanna degli errori della modernità, visto che “ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli” .
In realtà i banditori dell’apostasia moderna piuttosto che inclini a correggere gli errori erano decisi a seguirli e a obbedirli nella loro inarrestabile discesa all’irrazionalismo e al nichilismo.
Dopo il naufragio irrazionalista (benevolmente detto relativista) e nichilista delle ideologie, è quasi impossibile capire gli infondati e incontrollati entusiasmi ecumenici che turbavano il pensiero cattolico nei lontani anni Sessanta.
Monsignor Brunero Gherardini afferma risolutamente che, purtroppo, gli entusiasmi hanno spalancato le porte della Chiesa al sincretismo: “Un ottimismo superficiale e malaccorto, in contraddizione a prudenza e carità, trasse inaspettatamente conseguenze inaudite dal fatto che tutte le genti costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine perché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra ed hanno pure un solo fine ultimo, Dio” .
A questo punto non sarebbe superflua avviare una ricerca intesa a stabilire se Giovanni XXIII seguì le errate indicazioni di consiglieri avventurosi o cedette alle suggestioni, che lo avevano tentato quando era segretario di monsignor Giacomo Radini Tedeschi, un vescovo sospettato di modernismo, come Pasqualucci rammenta nel saggio appena citato.
È certo in ogni modo che le incontrollabili avanguardie teologiche, al lavoro nei corridoi del Vaticano II, non percepivano l’infondatezza e l’inesorabile decadenza del pensiero moderno.
Monsignor Gherardini rammenta, infatti, che, sotto la spinta di una teologia sedicente nuova “Il criterio classico «alla luce della fede e sotto la guida del Magistero ecclesiastico» con cui intraprendere qualunque operazione relativa alla dottrina della Chiesa – un principio riaffermato peraltro anche dal Vaticano II [Decreto sulla formazione sacerdotale] - fu almeno tacitamente accantonato. Prevalente fu il principio della consonanza con le grandi linee della cultura contemporanea: e colui che più di tutti si distinse nel richiamarsi a codesta consonanza fu indubbiamente – anche se non solo – Karl Rahner ” .
Contro le intenzioni dichiarate da Giovanni XXIII e acclamate dai padri conciliari “Stava nascendo un Cristianesimo di nuovo conio: contestato e banalizzato il soprannaturale, gradualmente confuso con il naturale come se ne fosse un’esigenza ineludibile – in tutto questo era evidente una rivincita di Henri De Lubac ” .
L’annuncio conciliare di una primavera pacifica e radiosa conteneva i semi del duro invero, che tormentò gli ultimi anni del pontificato di Paolo VI.
I segni del maltempo erano visibili nell’attivismo mediante cui il gesuita Karl Rahner “Riuscì a far risuonar ovunque - nel Magistero, nelle università, nella saggistica filosofico - teologica, nei congressi internazionali, nelle stesse parrocchie - gli echi della sua teologia trascendentale, che era solo un modo accademico per ridurre la teologia a antropologia: «in assoluto, la teologia è l’affermazione di ciò che l’uomo è»” .
Di qui la convinzione, diffusa fra numerosi protagonisti del Vaticano II, che fosse necessario affidarsi a “una teologia aperta a tutta l’autointerpretazione profana che l’uomo possiede in una determinata epoca e se ne lascia fecondare per quanto riguarda il linguaggio, ma ancor più per quanto riguarda la cosa stessa” .
In seguito si tenterà di esporre le ragioni che ultimamente giustificano la censura e la neutralizzare delle tesi di De Lubac e Rahner in surrettizia circolazione nei documenti del Vaticano II. Circolazione che fu frenata dalla provvidenziale opposizione dei cardinali Ottaviani, Siri e Bacci e costretta a cercare rifugio nelle eccezioni alla regola tradizionale previste dalle righe oscure, oblique e cavillose che hanno generato lo spirito del concilio.
Adesso sembra opportuno rammentare che la teologia di Rahner, oltre che dalla genuina lettera del tomismo, era smentita dalla già evidente crisi del pensiero moderno. Crisi che era da tempo dichiarata dai precursori del postmoderno e denunciata dai più avveduti osservatori militanti nell’area cattolica.
Verso la fine degli anni Trenta, Alexandre Kojève, in sintonia con Martin Heidegger e con Walter Benjamin, aveva annunciato il destino nichilista della filosofia di Hegel, vertice speculativo della modernità.
Cornelio Fabro, negli anni Quaranta, aveva dimostrato che la scena filosofica contemporanea, avendo il XX secolo dissipato l’intera eredità dell’illuminismo, era dominata dal conflitto tra l’esistenzialismo religioso e l’esistenzialismo ateo.
Il cardinale Siri, negli anni Cinquanta, aveva previsto e annunciato pubblicamente il collasso dell’incorreggibile sistema comunista.
La nota riflessione di Eric Voegelin sulla psicologia a monte delle rivoluzioni attuate nel XX secolo, peraltro, faceva intravedere la radice dell’immotivata esaltazione che, al tempo del Vaticano II, agitava una vasta area del mondo cattolico: “Sostituire al mondo della realtà un mondo trasfigurato di sogno è diventata l’ossessione di un mondo nel quale i sognatori adottano il vocabolario della realtà, cambiandogli il significato, come se il sogno fosse realtà”.
Dissolto il miraggio che rappresentava una modernità apprezzabile in ragione della sua attitudine all’autocritica, la Chiesa cattolica adesso può ricominciare, sotto la guida di Benedetto XVI, il cammino sulla via della tradizione. Una indirizzo da cui desidera allontanarsi solamente l’antistorica scuola bolognese, ultima ridotta della screditata (dalla puntuale confutazione di Cornelio Fabro) teologia rahneriana.
È finalmente possibile ristabilire i princìpi della tradizione cattolica, cioè interpretare il Vaticano II alla luce dell’ermeneutica della continuità suggerita da Benedetto XVI, senza scandalizzare i fedeli che, in sintonia con la vera dottrina del Vaticano II, credono nelle perenne giovinezza della Cristianità.
Al proposito, monsignor Gherardini afferma che: “Il respiro soprannaturale è tutt’altro che assente dal Vaticano II grazie alla sua aperta confessione trinitaria, alla sua fede nell’incarnazione e redenzione universale del Verbo, al radicato convincimento circa l’universale chiamata alla santità, alla riconosciuta e professata causalità salutare dei sacramenti, alla sua alta considerazione del culto liturgico ed eucaristico in special modo, alla sacramentalità salvifica della Chiesa, alla devozione mariana teologicamente alimentata ” .
Ora monsignor Gherardini ha individuato gli argomenti che giustificano la distinzione della dottrina del Vaticano II dallo spirito del concilio, esorbitanza rahneriana che accompagnò le rovinose fughe in avanti dei cattolici progressisti.
Di più: è legittima tanto l’appropriazione della dottrina conciliare che dichiara il radicamento nell’indeclinabile tradizione quanto l’esercizio del diritto di dubitare sui testi che manifestano opinioni suggerite dalle momentanee apparenze della storia.
Al proposito è da rammentare che i documenti del Vaticano II certificarono l’intenzione pastorale del concilio in atto: “È pertanto lecito - sostiene monsignor Gherardini - riconoscere al Vaticano II un’indole dogmatica solamente dov’esso ripropone come verità di Fede dogmi definiti in precedenti Concili” .
La via della rinascenza cattolica dopo il moderno passa per l’obbedienza e lo sviluppo rigoroso e la solenne affermazione delle tesi di Benedetto XVI sull’ermeneutica della continuità.
Opportunamente Monsignor Gherardini si rivolge al regnante pontefice per chiedergli che un suo documento affermi solennemente che l’ermeneutica della continuità non è la tesi di un teologo privato (ancorché papa) ma la condizione del vero rinnovamento della Cristianità.
Piero Vassallo
Cfr.: Paolo Pasqualucci, “Giovanni XXIII e il Concilio Ecumenico Vaticano II Analisi critica della lettera, dei fondamenti, dell’influenza e delle conseguenze della Gaudet Mater Ecclesia, Allocuzione di apertura del Concilio, di Giovanni XXIII”, Editrice Ichtis, Spadarolo di Rimini.