Trascrizione degli interventi di Camillo Fornasieri, Giovanni Zenone, S.E. Mons. Luigi Negri alla presentazione di Iota Unum di Romano Amerio al Meeting di Rimini 2009
Trascrizione della registrazione non rivista
dai relatori
CAMILLO FORNASIERI:
Chiamo
Giovanni Zenone e monsignor Luigi Negri, per il terzo e ultimo incontro di
presentazione dei libri. Prego di accomodarsi, anche quelli che sono in
fondo…
Bene,
presentiamo un libro edito da pochi mesi dalla casa editrice Fede & Cultura,
di cui abbiamo qui il direttore. Il libro è di Romano Amerio e si intitola Iota
Unum. Studio delle variazione della Chiesa Cattolica nel XX secolo. Ha la
presentazione di Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, che abbiamo qui tra noi.
Salutiamo Sua Eccellenza e poi anche il nostro direttore. È un autore che forse
per la maggioranza di voi non ha eco, non ha sentore, Romano Amerio, morto nel
1997 e nato nel 1905. Un filosofo e filologo di Lugano, il più rinomato
filosofo e teologo svizzero, che ha insegnato nell’università Cattolica
in un’epoca molto ricca e intensa di maestri (Sofia Vanni Rovighi,
Bontadini). Questo libro è una meticolosa raccolta di documenti e osservazioni
riguardo a tutte le parole chiave, a tutte le riflessioni ecclesiali che la chiesa
ha fatto su di sé in rapporto al suo messaggio, alla sua tradizione, al suo
portato e al suo rapporto con il mondo, con l’uomo, con la società.
Ritornano i temi che abbiamo trattato alla presentazione del libro di
Tornielli dedicato a Paolo VI: un tempo di grande riforma, in cui cioè ridare
forma al contenuto della fede, perché diventasse esperienza per gli uomini. E
in questa riflessione, in questo tentativo, la presenza di molte spinte, e
anche di molte derive. Romano Amerio, spinto da una passione che un brevissimo
scritto di don Dino Barsotti mette in luce, aveva il carisma, il dono di
custodire l’interezza del fatto cristiano e li pone nelle pagine di
questo libro corposo, imponente nel suo spettro di indagine, ma anche molto
leggibile, molto fruibile per capire quale consapevolezza ha portato la Chiesa
e come sia stato un lavoro continuo, dove tutti gli elementi di rischio hanno
potuto trovare una sintesi, una possibilità di valorizzazione, nell’alveo
di una comunione e di una conoscenza che mette insieme, non a partire dal
proprio spunto intellettuale o teologico. Io non voglio protrarmi oltre. Chiedo
al direttore della casa editrice di presentarci un po’ la figura di
Amerio, collocarla meglio di come ho fatto io, più precisamente, e soprattutto di
inserire quest’opera, Iota Unum, a partire dal senso del titolo.
GIOVANNI
ZENONE:
Il
titolo di questo libro è tratto da un brano del Vangelo di Matteo,
laddove Gesù dice: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge e i
profeti: non sono venuto ad abolire ma a dare compimento. In verità vi dico:
finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota (Iota
Unum) o un segno della legge senza che tutto sia compiuto”. E Romano
Amelio, in quest’opera veramente monumentale ma godibilissima, scritta in
un italiano splendido - era un filologo straordinario e credo sia uno degli
ultimi scrittori in italiano della storia d’Italia -, mostra come forse
un po’ più che uno iota sia stato trasgredito. Ci sono state variazioni,
non tanto al comportamento morale dei cristiani o degli uomini di chiesa, ma
quanto alla dottrina. Una cosa molto importante che fa notare -sto rubando il
mestiere a monsignore, facendo la parte teologica -, è che la chiesa è venuta a
portarci la verità, non a darci un esempio di come la verità si possa eseguire
perfettamente, perché solamente Gesù Cristo e la Madonna l’hanno vissuta
compiutamente. Ma la chiesa ha il grande compito di annunciare la verità nella
sua integrità. Poi, viverla fino in fondo è affidato alla nostra risposta a
questa chiamata. Allora, Romano Amerio: cosa posso dire di lui? Che fu un
grande filosofo, un grande filologo e che gran parte della sua vita, oltre che
a studi di letteratura, la dedicò a raccogliere questi documenti e commenti in
cui, citando con una acribia filologica straordinaria documenti, dichiarazioni
e via di seguito, fa vedere come delle deviazioni, a volte consistenti, ci
siano state. Ma la cosa che mi ha entusiasmato, e mi entusiasma ogni volta che
prendo in mano Iota Unum - che ho conosciuto un po’ di anni fa,
nella terza edizione che era della gloriosa casa editrice Ricciardi di Napoli,
ormai fallita -, è il grande amore alla chiesa. Perché io ho desiderato che
questo libro fosse pubblicato con grande rigore, con la prefazione di monsignor
Negri? Perché vedere la chiesa, vederne anche le rughe, è qualcosa che è lecito
se si ama la chiesa: altrimenti, si usano questi difetti, queste rughe (che in
realtà sono proprie a tutti noi) per dare un colpo alla Chiesa, e questo non mi
va! Leggendo questo libro, ogni volta mi emoziono nel vedere questo
amore alla chiesa, questa bellezza: essere cristiani e vedere la grandiosità
della dottrina, la grandiosità di ciò a cui siamo chiamati e anche le
debolezze, suscita entusiasmo, suscita amore, suscita gioia. E chi vede questo
si entusiasma e desidera essere cristiano. Se proponiamo invece un
cristianesimo annacquato, a misura del mondo, a misura della debolezza umana,
basta essere semplicemente del mondo, non suscita nessun fascino. Però io adesso
devo interrompermi perché una hostess del Meeting mi ha portato a vedere la
bellissima mostra Masaccio, Beato Angelico e Piero della Francesca, che
vi invito a vedere. Ad un certo punto, ho incontrato una frase dell’Imitazione
di Cristo, il libriccino che Paolo VI teneva sul comodino prima di
andare a letto, per leggerlo e riflettere. E ho trovato quello che fa al caso
nostro, vi leggo poche righe: “Lascia le novità ai vanesi, ai vanitosi,
tu invece attendi a quelle cose che ti comanda Dio. Chiudi la tua porta dietro
di te e chiama il tuo diletto Gesù, rimani in cella con lui, perché non
troverai altrove tanta pace. Se non ne fossi uscito e non avessi udito nulla
dei rumori del mondo, ti saresti mantenuto meglio in buona pace”. Si
potrebbe dire che il succo di Iota Unum è questo: lasciamo da parte le
cose nuove, i novatores, coloro che si vogliono inventare una nuova
chiesa, che dal post Concilio in avanti - ma in realtà i semi malvagi
c’erano anche prima - hanno voluto inventarsi una nuova chiesa. Ma la Chiesa
non c’è bisogno di inventarla, l’ha inventata Gesù Cristo!
L’unica cosa che noi possiamo fare è dire sempre le solite cose, cioè
l’unica dottrina salvifica, in modo nuovo. Ho ancora qualche minuto per
dire mezza parola? Sì? Purtroppo, però, in questo libro, Romano Amerio ci fa
vedere come la categoria delle nova, le cose nuove, il progresso, sia
entrata non solamente nel mondo ma anche dentro la chiesa, da cui questa mania
di cancellare in un colpo di spugna il passato, come se il passato fosse
qualche cosa di cui vergognarsi. Ma avere questa nozione, dice Romano Amerio,
capire che la categoria di progresso, che per il mondo è una cosa buona, una
cosa bellissima, per noi invece è una catastrofe - usa questo termine, come lo
usa Del Noce - è già una affermazione che discende dalla fede perché le cose
nuove, le ultime che ci possono essere nella chiesa, sono la fine del mondo, il
giudizio, l’inferno e il paradiso. Questo libro ci aggancia in maniera
veramente straordinaria al titolo del Meeting di quest’anno: “La
conoscenza è un avvenimento”, perché conoscere è incontrare qualche cosa
che è dato come dono, non una nostra creazione, come una parte della filosofia
ha voluto proporre al mondo moderno. Ebbene, incontrare la verità - e la verità
è una persona, Gesù Cristo - è il più grande avvenimento della storia, è il
centro della storia. Intorno a questo centro gira non solamente la vita
dell’universo intero, ma anche la mia vita, il mio lavoro di insegnante e
di direttore di una casa editrice. Io desidero che sia anche il centro per
ciascuno di noi che siamo qui e per quelli che sono fuori. Voglio
concludere con una brevissima citazione di Romano Amerio: “La chiesa è
santa non perché possa esibire nel corso della sua storia una irreprensibile
sequela di azioni conformi alla legge evangelica…, ma perché può allegare
una ininterrotta predicazione della verità. La Santità della Chiesa è da
ricercare in questa, non in quella”. La chiesa è la nostra mamma ed è la
sposa di Gesù Cristo: io vi propongo di riscoprire questa nostra mamma, questa
sposa di Cristo, nella sua bellezza sfolgorante, non intaccata da alcuna
macchia morale, che è la presentazione di quella meraviglia che è la verità,
che è nostro Signore Gesù Cristo. Grazie.
CAMILLO FORNASIERI:
Se
abbiamo intuito lo sfondo del carisma di Amerio e del contenuto di questo
libro, si potrebbe tentare di entrare più dentro alla preoccupazione che lo
muoveva e che trova anche, in molte pagine del libro, alcuni atteggiamenti post
conciliari, alcuni accenni dei documenti che hanno preparato il Concilio,
un’attenzione precisa e puntuale che si sofferma sulle parole che
indicano un’esperienza. Credo che questo libro sia di grande attualità:
forse monsignor Negri lo accennerà, in quanto anche Benedetto XVI dice,
riguardo a quel periodo della vita della chiesa, come le diverse tensioni
all’interno della chiesa debbano trovare nel giudizio della fede e
nell’amore a Cristo un punto di unità e di sintesi.
S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Quando
mi hanno proposto di fare la presentazione di questo libro, che avevo cercato
per decenni e non ero mai riuscito a trovare, perché forse la casa editrice
Ricciardi è fallita perché prendevano il libro e lo distruggevano notte tempo
per impedirne la distribuzione, ho chiesto che titolo aveva
l’introduzione? L’avevo conosciuto, era un grande amico, ma mi
sembra che l’unica ragione sia quella che accomuna me a molto altri che
sono qui, innanzi tutto a monsignor Filippo Santoro. Noi siamo stati
sistematicamente attaccati da destra e da sinistra, non c’è mai stato un
periodo della nostra vita in cui la sinistra politica e la destra politica, la
sinistra ecclesiale e la destra ecclesiale non abbiano fatto di noi un punto di
riferimento polemico, fisicamente e anche moralmente. Ci sono dei silenzi,
delle insinuazioni e degli attacchi intellettuali e morali che sono peggio di
quando ci dovevamo difendere andando davanti all’università e alle
scuole, mettendo un’anima di ferro sotto la coppola perché si rischiava
di prendere qualche sprangata. Ho evocato queste cose non per modo di dire ma
per capire, per entrare nel vivo di questo testo, che è certamente
l’espressione di uno dei più grandi uomini di cultura del XX secolo.
Nella prefazione ho citato Giovanni Paolo II, che ha definito Von Balthasar il
più grande colto del nostro tempo. Secondo me, per quanto riguarda il contesto
Italiano, certamente Amerio è indicato ad assumere questa posizione. Prima
osservazione delle tre che farò velocemente. Il problema è che, non soltanto
dal Concilio in poi, ma certamente dal Concilio in poi, la destra e la sinistra
valgono più della fede. Quindi, l’essere di destra o l’essere di
sinistra, a livello intellettuale, a livello pastorale, a livello di posizioni
della chiesa, di funzioni e di responsabilità, a livello di idee e di amici,
conta più della fede. E questa è la rovina della destra e della sinistra,
perché fanno diventare secondario il valore che tutte le destre e tutte le
sinistre devono servire, se per destra o per sinistra si intendesse un certo
modo di reagire, un certo modo di percepire la fede, un certo modo di giocarla
dentro il mondo, un certo modo di percepire la missione! Ci devono essere sante
destre e sante sinistre perché, ci ha insegnato sant’Agostino, la chiesa
è una circumdata varietate, in cui esiste una varietà pressoché infinita
di formulazioni. Ma le proprie opzioni prevalgono sulla fede, quando la propria
posizione, la propria concezione, magari il proprio ruolo, il proprio interesse
o le proprie consorterie sono più importanti della fede. Credo che questo sia
stato l’errore, o se volete l’orrore, del post Concilio. Perché ci
si è avventati su questo evento e quindi sulla realtà in cui questo evento si
comunicava - un Concilio si comunica attraverso le definizioni, gli interventi,
le decisioni -; ci si è avventati su questi documenti, ciascuno cercando di
scorporare dalla vastità dello stesso documento quello che interessava, tacendo
alcune cose, sottovalutandone altre, esasperando alcuni aspetti, addirittura modificando
le citazioni bibliche in funzione della propria ideologia. Romano Amerio ha
fatto uno straordinario lavoro, per cogliere, punto dopo punto, situazione dopo
situazione, quelle che ha chiamato le variazioni. Non ha implicato un
giudizio tassativo su queste variazioni. Alla fine di questo volume, si
potrebbe dire: è una grande fenomenologia di ciò che è mutato, di ciò che sta
mutando, di quanto si è lavorato perché mutasse. Ma diciamolo chiaro, alla
seconda edizione di questo volume: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI concordano
in qualche modo con Amerio nel dire che il problema del Vaticano II è davanti a
noi. È davanti a noi come un fatto obiettivo, che deve essere compreso oggi,
che deve essere interpretato autenticamente oggi, sul quale ci si deve
misurare, non per le opzioni di destra o di sinistra, ma per ciò a cui ogni
evento ecclesiale deve tendere: il rinnovarsi della fede, della speranza e
della carità, e quindi della missione. Ho visto e vedo questo documento come
uno strumento importante per il nostro problema oggi di comunità ecclesiale.
Secondo. Che cosa è stato il Concilio? Perché ciascuno ha detto del Concilio
quello che ha voluto, tutto e il contrario di tutto. Io voglio ricordare
quell’espressione straordinaria che ha usato Giovanni Paolo II
intervenendo a quel convegno fatto per il ventennale del Concilio Vaticano,
quando disse: “Abbiamo raccolto quella sfida”. La sfida consisteva
nell’impegno di comprendere più intimamente, in un periodo di rapidi
cambiamenti, la natura della chiesa e del suo rapporto col mondo. Il problema
del Concilio non è conoscere il mondo, era maturare l’identità ecclesiale
e rinnovare, a partire da questa coscienza nuova dell’identità
ecclesiale, una nuova missione. E si prese anche il gusto, Giovanni Paolo II,
di aggiungere: “Abbiamo raccolto quella sfida (c’ero anche io fra i
padri conciliari!)”, perché qualcuno non pensasse che parlava del
Concilio senza averlo patito e sofferto. “E vi abbiamo dato risposta
cercando una intelligenza più coerente della fede. Ciò che abbiamo compiuto nel
Concilio è stato di rendere manifesto che anche l’uomo contemporaneo, se
vuol comprendere se stesso fino in fondo, ha bisogno di Gesù Cristo e della sua
chiesa, la quale permane nel mondo come segno ci unità e di comunione”.
Il progressismo non ha mai voluto questo, ha voluto un dialogo col mondo che
ipostatizzava il mondo nelle sue tendenze, nelle sue tensioni, nelle sue
lacerazioni, che qualche volta sono state addirittura riconosciute come valori
ecclesiastici. Ci sono pagine straordinarie sulla variazione che c’è
stata della considerazione, per esempio, dei giovani: la chiesa e i giovani, la
chiesa e la vita ecclesiale, la chiesa e i seminari, la chiesa e la formazione
del clero. Il progressismo voleva il mondo, non la chiesa, e la chiesa in
quanto accettava di sciogliersi nel mondo. Ma per altro, il tradizionalismo non
voleva Cristo, voleva una certa forma in cui la tradizione ecclesiale si era
espressa in un certo momento: e quello era più importante della fede. Salvare
le forme, salvare certi contenuti, salvare certi modi di rapporto fra le chiese
al mondo, era più che il fatto che la Chiesa riprendesse il suo cammino verso
l’uomo. Non era né da una parte né dall’altra. Era chiaro che se
l’uomo di oggi vuol comprendere se stesso fino in fondo, deve riferirsi a
Cristo e alla chiesa nella quale Egli rimane, che permane nel mondo come segno
di unità e di comunione. Dunque, vivere e interpretare il Vaticano II oggi,
riprendendo questa intuizione fondamentale, e quindi andare fino in fondo in
quella logica, in quella ermeneutica di continuità secondo la grandissima
intuizione della tradizione della Chiesa. Credo che, fra tutti, il più
significativo in questo senso sia il beato cardinale Newman: non esiste niente
di nuovo che non sia l’approfondimento e la ripresa di ciò che è dato.
Giovanni Paolo II, arcivescovo di Cracovia, alla fine del Concilio promuove un
sinodo sulla conoscenza ed attuazione del Concilio e lo intitola Istrumentum
Laboris, scritto da lui dalla prima all’ultima parola, “riforma
nella tradizione”. Questo è il compito che abbiamo. Amerio ci dà
materiale per questo, ci dà una grandissima suggestione: e siccome non è un
uomo di chiesa in senso stretto, siccome non è un teologo in senso stretto -
come ho notato nella prefazione, in questo enorme volume ci saranno due, tre,
cinque espressioni non sbagliate ma un po’ troppo vivaci - ci fa capire
cosa è accaduto, quali sono i pericoli che abbiamo corso, quali sono i pericoli
che corriamo adesso, qual è il modo di uscirne e di uscirne recuperando quel
rapporto fra Cristo e il cuore dell’uomo in cui consiste l’evento
della redenzione. Soprattutto ci fa riscoprire che la chiesa, come ci ha
insegnato Giovanni Paolo II, vive nel mondo per rendere possibile ogni giorno
questo incontro fra Cristo e il cuore dell’uomo. Quindi, uno strumento
che può servire egregiamente a vivere il compito di oggi, avviare finalmente,
dopo più di quarant’anni, una ermeneutica oggettiva, positiva, realistica
dentro l’amore alla Chiesa che per noi, almeno per noi, è più forte delle
nostre idee, delle nostre opzioni e anche delle nostre amicizie ecclesiastiche
o sociopolitiche. È per uomini così che Iota Unum vale, è per gente che
ama la chiesa più di se stessa e che perciò, se in qualche modo deve individuarne
qualche limite, non lo fa perché questi limiti vanno contro le mie opinioni, ma
perché questi limiti tendono a ridurre la sua capacità, la capacità della
chiesa di essere realmente presente al mondo e attiva nella sua missione. Fra i
molti temi che emergono con assoluta chiarezza e con una grande profeticità,
c’è l’inizio della raccolta di questa documentazione immensa: non
c’era Internet e non c’erano i mezzi della tecnologia moderna.
Amerio si è raccolto queste frasi, questi spunti, cominciando dal 1930, quando
l’unica tecnologia erano le schedine delle biblioteche e occorreva
ricopiarsi a mano le citazioni interessanti. Io ho visto il suo studio qualche
anno prima che morisse: un cantiere per la costruzione del Duomo di Milano era
nulla in confronto a quello che si vedeva di carta, di scartoffie e
quant’altro. Ci sono due temi: il primo è quello che è tornato
prepotentemente di attualità, il tema di oggi: il nesso verità e carità. Amerio
ha visto con chiarezza che si affermava una tendenza a sostenere la verità
senza la carità: e una verità senza la carità è una ideologia, una ideologia
religiosa che serve a tutte le destre ecclesiali e politiche. Perché
l’ideologia religiosa, affermando di essere ideologia, entra in
competizione con le ideologie del mondo e tutto sommato fa la fine che fanno
tutte le ideologie di questo mondo, viene sconfitta dall’ideologia più
forte. Ma ha anche capito con estrema chiarezza che una carità senza la verità
diventava un buonismo, un moralismo, la consegna a noi di certi spazi che la
società, soprattutto la direzione laicista ed anticattolica, non vuole più
assumersi e che così noi riempiamo al suo posto, un’autentica e vera
“croce rossa” della società. Prendo questa espressione dal cardinal
Carlo Maria Martini, che perciò dimostra un’ampiezza e una capacità di
valorizzazione ignota ai più. Il cardinal Martini, ad una assemblea della
Caritas italiana a cui ero presente, dice: state attenti, perché se non
informate la vostra azione alla verità diventate la Croce Rossa della società.
Quando uno è in strada e succede un incidente, se sente che arriva la Croce
Rossa va via tranquillo, perché qualcuno ci pensa. Verità e carità, in questo
nesso inscindibile, sono il problema della nostra identità e della missione
oggi. Perciò, rileggere queste pagine insieme al magistero attuale, che
certamente ha una precisione, una forza, una capacità di determinazione più
grande, è assumersi un compito culturale di primissimo piano. Se la nostra
comunità ecclesiale perde la sinergia, la circolarità attiva fra carità e
verità, umanamente parlando è finita: l’ideologia religiosa può illudersi
di incidere perché ha qualche polemica. La carità senza verità può illudersi di
risolvere un problema, un altro e un altro, continuamente ricattata dai problemi
e continuamente giudicata dagli esiti, perché una carità di tipo mondano deve
misurarsi sui problemi e deve risolverli secondo quello che vuole la mentalità
dominante. Una presenza cristiana così è destinata ad essere inincidente.
L’altro tema è il tema dialogo e missione. Mi dispiace per la maggior
parte dei critici di Iota Unum, ma Romano Amerio, immediatamente dopo la
fine della seconda guerra mondiale, denunziò che il pericolo verso il quale si
camminava nel mondo ecclesiastico era la contrapposizione astratta di missione
e dialogo. Cominciò allora, in certe interpretazioni postconciliari, quel
dialogo che divide quasi come una lama la chiesa in capite et in membris,
una divisione e contrapposizione astratta. Il problema non è missione o
dialogo, è missione e dialogo, perché l’impegno effettivo della missione,
come testimonianza di fronte al mondo della novità cristiana, diventa capacità
di dialogo, capacità di incontro, capacità di confronto e anche capacità di
giudizio, perché di fronte alla verità che è Cristo si può attenderla, si può
seguirla e si può negarla. Nella misura in cui la si nega, il nostro dialogo
non può non mettere in evidenza che quell’errore deve essere
obiettivamente condannato. Basterebbe avere indicato con chiarezza quarant’anni
fa, insieme a molte altre cose che forse non hanno tutte lo stesso valore, che
forse sono un po’ diseguali, che su questi due punti la comunità
cristiana, o lavora oggi in profondità, recuperando l’autentico
insegnamento conciliare, oppure vive una fase che, umanamente parlando, è così
grave che si fa fatica a pensare che se ne possa uscire se non a prezzo di
gravissime prove. La prima e la più importante di queste prove è quella che
attraversa la vita della chiesa in questi ultimi decenni, in queste ultime
settimane, in queste ultime ore: si chiama, mi spiace dovervelo ricordare,
martirio. Perciò siamo grati a Romano Amerio di aver indicato questi due temi,
perché ci dà in mano, attraverso questa riedizione, uno strumento non da
appoggiare incondizionatamente - ogni libro è datato, l’età di questo
libro indica che alcune parti sarebbero completamente da riformulare -, ma uno
strumento propositivo, uno strumento stimolante per la nostra responsabilità di
oggi e per il domani. Vivere la nostra chiesa come un evento entro il quale
l’uomo, anche di questo tempo, può incontrare il Signore Gesù Cristo, e
quindi il senso profondo della sua vita. L’ultima vicenda è un breve
aneddoto, ma anche questo interessante in questo mondo di populismo, di pauperismo,
di difesa degli umili, eccetera, che ormai, siccome uno ha detto: parliamo dei
poveri, siamo a posto. Parliamo dei poveri, così possiamo non occuparcene più,
come diceva un mio quasi nonagenario parroco qualche anno fa. Parliamo dei
poveri, ne parliamo così tanto che possiamo non fare più niente per loro.
Romano Amerio è stato per decenni e decenni professore di storia e filosofia
nell’allora prestigioso, adesso, credo, un po’ meno, liceo
cantonale di Lugano, che era qualcosa di analogo all’università
Cattolica, un luogo di formazione. Viveva in una villa splendida sul lago.
Ormai era quasi alla fine della vita, aveva perso quasi completamente la vista:
quindi, parlammo del nostro comune amico Campanella, Tommaso Campanella, che
avevo imparato a leggere dai suoi scritti. A un certo punto mi disse:
“Vede, professore, arrivato alla fine della mia vita, ho fatto una cosa
che nessuno capirà e nessuno ricorderà, ma è il cuore profondo del modo con cui
ho concepito la mia vocazione di insegnante”. Aveva aperto la sua sterminata
biblioteca al servizio della comunità civile di Lugano. Da allora, tutti i
laici, cattolici e non, di Lugano, ebbero a disposizione, oltre alle
biblioteche cantonali civili, anche la biblioteca di Romano Amerio. Aveva fatto
costruire un accesso alla villa, alla casa, che potesse essere utilizzato senza
entrare nell’ambito di quella che adesso si chiama la privacy. Io non so
se questo non sia uno dei più consistenti aiuti ai poveri di oggi, perché tra
le più povertà più dolorose della nostra società c’è la povertà
intellettuale; e lavorare perché questa povertà intellettuale finisca, è
certamente di enorme importanza, anche dal puro punto di vista caritativo.
Grazie.
CAMILLO FORNASIERI:
Grazie
a monsignor Negri. Si capisce che le parole che ha detto, che bene esprimono
tutta l’ampiezza e importanza di questo libro, nascono da
un’esperienza che ha attraversato le vicende di cui il libro tratta, e
che parla qui al Meeting con una maturità, grande capacità di valorizzazione e
di certezza. Grazie ancora a tutti voi. Monsignor Negri forse accetta di
firmare qualche copia del libro.